Della storia della mafia una cosa è certa e documentata: le origini sono ottocentesche. Nel XIX secolo le radici della mafia affondano nel latifondo siciliano elemento caratterizzante dell’economia della regione. Il latifondo è sviluppato principalmente nelle grandi provincie.
Quando la grande nobiltà, a seguito dell’abolizione dei privilegi feudali del 1812, si trasferì nelle città lasciarono ai Gabellotti il controllo delle terre. Tali figure di uomini “fatti da soli” spesso scendevano a patti con le bande di briganti e contrastavano le richieste di rivendicazioni sociali dei contadini e braccianti. Per controllare il territorio utilizzavano i campieri, ovvero uomini a cavallo, famosi anche nei film sulla mafia, spesso delinquenti con lo scopo del controllo dei terreni. L’emergere di tali classi sociali sono all’origine del fenomeno mafioso. Un elemento fondamentale di queste “cosche” è un patto di omertà tipico già della massoneria che saranno anche a fondamento del Risorgimento italiano. Durante i moti antiborbonici del 1848 e del 1860 tra i rivoltosi vi erano briganti e mafiosi. I mafiosi praticavano violenza e intimidazioni per esercitare il potere verso i propri subordinati e tale è rimasto dall’origine il sistema, seppure con strumenti diversi, per imporre l’esercizio del governo sostituendosi allo Stato e alle suo istituzioni. Uno dei primi documenti dove per la prima volta viene fuori il termine mafia fu un rapporto che nel 1865 Filippo Antonio Gualtiero scrisse al governo parlando di un ex garibaldino, capo di un’associazione criminosa che prende proprio il nome di “maffia”, il cui nome è Giovanni Corrao. Tale organizzazione aveva ideato un complotto con l’intento di rovesciare lo Stato Italiano essendo un filoborbonico e filoclericale. Scrive Gualtiero nel rapporto: «Era d’altronde noto al sottoscritto che queste relazioni [tra partito garibaldino e maffia ] erano tenute per lo innanzi dal noto general Corrao, e poi da tempo era in cognizione che costui, senza che il Partito d’Azione lo dubitasse neppure, era passato ai servigi del partito borbonico. Alla morte di costui successe un tal Vincenzo [sic] Badia fabbro di cera, che era stato il suo primo strumento, ed era altresì noto allo scrivente che costui aveva seguito le tracce del suo facinoroso maestro ed ora si aveva esso posto al servigio dei Borboni». Con il parlamentare Diego Tajani si sollevò un caso che poi sarà rivelativo nella storia della mafia, ovvero i rapporti tra lo Stato, uomini delle istituzioni corrotti e la mafia stessa. Nel 1875 Franchetti e Sonnino in una famosa inchiesta sul Meridione evidenziarono come la mafia appartenga alla “classe media” che si arricchisce e utilizza il potere sostituendosi alla Stato. Franchetti scriverà: «Tutti i cosiddetti capi mafia sono persone di condizione agiata. Sono sempre assicurati di trovare istrumenti sufficientemente numerosi a cagione della gran facilità al sangue della popolazione anche non infima di Palermo e dei dintorni. Del resto sono capaci di operare da sé gli omicidi. Ma in generale non hanno bisogno di farlo, giacché la loro intelligenza superiore, la loro profonda cognizione delle condizioni della industria ad ogni momento, lega intorno a loro, per la forza delle cose, i semplici esecutori di delitti e li fa loro docili istrumenti. I facinorosi della classe infima appartengono quasi tutti in diversi gradi e sotto diverse forme alla clientela dell’uno o dell’altro di questi capi mafia, e sono uniti a quelli in virtù di una reciprocanza di servigi, di cui il risultato finale riesce sempre a vantaggio del capo mafia. Il quale fa in quell’industria la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore. (…) È proprio di lui quella finissima arte, che distingue quando convenga meglio uccidere addirittura la persona recalcitrante agli ordini della mafia, opp8ure farla scendere ad accordi con uno sfregio, coll’uccisione di animali o la distruzione di sostanze, od anche semplicemente con una schioppettata di ammonizione.» (Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia ).
Insieme a Franchetti e Sonnino si deve aggiungere la considerazione dell’intellettuale Pasquale Villari, napolitano, che scriveva: «(…) Noi abbiamo dunque tre classi distinte. In Palermo sono i grandi possessori dei vasti latifondi o ex-feudi, e nei dintorni abitano contadini agiati, dai quali sorge o accanto ai quali si forma una classe di gabellotti, di guardiani e di negozianti di grano. I primi sono spesso vittime della mafia, se con essa non s’intendono; fra i secondi essa recluta i suoi soldati, i terzi ne sono capitani. Nell’interno dell’Isola si trovano i feudi e i contadini più poveri o proletarii.» (Pasquale Villari, Lettere meridionali ). C’è un caso che riguarda un omicidio eccellente e che nell’Italia liberale di fine Ottocento rappresenta l’impronta di contrasto tra lo Stato, la giustizia, il retto agire e la mafia, è il caso Notarbatolo. Il 1° febbraio del 1893 in un treno Termini Imerese-Palermo venne assassinato a coltellate. Tale omicidio segna l’inizio di quelli che saranno chiamati omicidi eccellenti contro uomini dello Stato che si sono anteposti al sistema mafioso. All’inizio del XX secolo, in Età giolittiana (1901 – 1914) iniziò un fenomeno dei flussi di immigrati verso gli Stati Uniti d’America. Tra siciliani onesti vi erano anche mafiosi che esportarono il modello Mafia in America creando parallelamente l’organizzazione sorella d’oltreoceano. La specialità di questa mafia è la “mano nera” ovvero l’estorsione verso i propri connazionali che veniva fatta proprio con una mano sporca di inchiostro nero. Tale era l’azione mafiosa per esempio nel quartiere italiano di New York chiamato Little italy, la piccola Italia. Chi contrastò la mafia americana che da quel momento iniziò la propria ascesa tanto da diventare potente fu il detective Italo americano Joe Petrosino. Egli seguendo una pista segreta di contrasto alla malavita e contro la Mano Nera era giunto in Italia a Palermo. A causa di una fuga di notizie la missione di Petrosino finì sul New York Herald . Alle 20:45 del 12 marzo 1909 fu ucciso con tre colpi di pistola e un quarto sparato subito dopo a piazza Marina a Palermo. Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, un anno dopo, il 24 maggio, l’Italia entra nel conflitto determinando il caus in Sicilia e nella evasione della leva rinforzando le bande briganti, manodopera della mafia nell’entroterra siciliano come si evince in un saggio storico di John Dickie, “Cosa nostra”.



