Retribuzioni da 1,60 euro l’ora, orari disumani e nessuna tutela: smascherato un sistema di sfruttamento nel settore della grande distribuzione. I responsabili ai domiciliari, azienda commissariata.
Una vera e propria rete di sfruttamento dei lavoratori, strutturata e protratta nel tempo, è stata scoperta dalla Guardia di Finanza di Catania nel corso di un’indagine condotta sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica. I Finanzieri della Compagnia di Paternò, con il supporto del Comando Provinciale, hanno eseguito nelle scorse ore un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due persone: il legale rappresentante e il direttore commerciale di un noto supermercato affiliato alla grande distribuzione, attivo nei comuni di Biancavilla, Adrano e Misterbianco.
Per entrambi sono stati disposti gli arresti domiciliari. Le accuse sono gravi: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ai sensi dell’articolo 603 bis del codice penale, e autoriciclaggio. Contestualmente, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania ha ordinato il sequestro preventivo della società coinvolta, ora affidata a un amministratore giudiziario.
Le indagini sono partite da un controllo amministrativo eseguito presso un punto vendita di Biancavilla, dove i militari delle Fiamme Gialle hanno rilevato irregolarità evidenti nella gestione del personale. Trentasei dipendenti sarebbero stati costretti a lavorare oltre 60 ore settimanali, a fronte di contratti che ne prevedevano molte meno. Le retribuzioni erano scandalosamente basse: nei casi più gravi, si parlava di 1,60 euro l’ora, con stipendi mensili da 700 o 800 euro, senza rispetto delle norme su ferie, riposi settimanali, sicurezza e igiene sul lavoro.
I lavoratori, secondo quanto emerso dalle investigazioni, erano spesso giovani o comunque in gravi condizioni economiche e accettavano queste condizioni estreme per mancanza di alternative. «Solo due giorni di riposo al mese, niente ferie, orari massacranti e buste paga che non riflettevano il reale monte ore», raccontano fonti vicine all’inchiesta.
Il danno economico provocato da questo sistema è imponente: secondo i calcoli della Guardia di Finanza, nel tempo non sarebbero stati corrisposti stipendi per un valore di oltre 1,6 milioni di euro, mentre i contributi previdenziali non versati ammonterebbero a circa 1,15 milioni.
Oltre allo sfruttamento, le Fiamme Gialle hanno individuato elementi che fanno pensare a un’attività di autoriciclaggio da parte del legale rappresentante della società, che avrebbe impiegato parte dei proventi derivanti dall’attività illecita per reinvestirli in operazioni societarie o per mascherarne l’origine illecita.
L’intervento si inserisce in un più ampio contesto di controllo e repressione del fenomeno del caporalato, che, come sottolineato dalla Guardia di Finanza in una nota, «non solo lede la dignità dei lavoratori, ma danneggia gravemente anche le imprese oneste, alterando la concorrenza e minando la legalità nel tessuto economico».
Le indagini, attualmente nella fase preliminare, dovranno ora proseguire per l’accertamento pieno delle responsabilità. Gli arrestati, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza, potranno difendersi nel corso del procedimento che si svolgerà in sede giudiziaria.
Il comunicato integrale dell’operazione è disponibile sul portale Salastampa della Procura della Repubblica di Catania. Nel frattempo, l’azienda coinvolta, attualmente sotto sequestro, è stata affidata a una gestione commissariale per garantire la prosecuzione delle attività e la tutela dei lavoratori regolari.



