Il carcere di Trapani torna al centro delle cronache per una nuova rivolta interna, l’ennesima di una lunga serie che negli ultimi mesi ha segnato la vita penitenziaria siciliana. L’episodio si è verificato nel Reparto Mediterraneo della struttura, dove una quindicina di detenuti si sono barricati nella sala destinata alle attività scolastiche, armati di oggetti improvvisati trasformati in strumenti offensivi. Il bilancio, provvisorio, parla di cinque agenti feriti e di danni rilevanti agli ambienti della sezione.
A denunciare la gravità della situazione è stato Gaspare D’Aguanno, rappresentante del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) per la provincia di Trapani. Secondo quanto riferito, l’episodio si inserisce in un contesto di tensione crescente, aggravato dalla cronica carenza di organico e da condizioni operative sempre più difficili per gli agenti. “Servono interventi immediati da parte delle autorità ministeriali e regionali – ha dichiarato D’Aguanno – per ristabilire condizioni minime di sicurezza”.
Anche il segretario generale del Sappe, Donato Capece, ha lanciato un appello duro e senza giri di parole, denunciando l’inerzia istituzionale di fronte a una crisi che riguarda l’intero sistema penitenziario siciliano. Capece ha definito “gravissima” la condotta dei detenuti coinvolti, ribadendo la necessità di una risposta statale “ferma e immediata” che includa anche misure strutturali come la riapertura di carceri dismesse, ad esempio nelle isole minori, e il potenziamento della dotazione di strumenti di difesa non letali per il personale.
Tra le richieste avanzate dal sindacato figurano anche l’espulsione dei detenuti stranieri condannati, che rappresentano circa un terzo della popolazione carceraria, affinché scontino la pena nei Paesi di origine, e la riattivazione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per separare i reclusi con disturbi mentali dal circuito penitenziario ordinario.
L’episodio di Trapani conferma così la fragilità del sistema carcerario regionale, dove oltre 7.000 persone sono ristrette in condizioni spesso ai limiti della sostenibilità. Le proteste, sempre più frequenti, sono la manifestazione evidente di un disagio non più gestibile con i soli strumenti ordinari. La sicurezza degli agenti, la dignità dei detenuti e la tenuta stessa delle istituzioni penitenziarie dipendono ora da scelte politiche rapide e incisive.



