VITTORIA – Una giovane madre, quattro figli piccoli e un tragitto in ambulanza che si è trasformato in tragedia. È un’intera comunità sotto shock quella di Vittoria, dove ieri una donna di 28 anni è morta prima di raggiungere l’ospedale Guzzardi. Il suo cuore ha smesso di battere mentre i sanitari tentavano di strapparla alla morte. Ora, sulla vicenda, indaga la Procura di Ragusa.
Il dramma si è consumato nel giro di pochi giorni. La donna, che secondo quanto riferito dai familiari non soffriva di patologie respiratorie pregresse, aveva iniziato a lamentare un senso di affanno che non le dava tregua. Dopo un primo accesso al pronto soccorso, era stata sottoposta ad accertamenti di routine: saturazione dell’ossigeno, esami generali. Nessun segnale d’allarme grave, secondo i sanitari. Era stata dimessa con l’invito a effettuare una radiografia al torace e il consiglio di rivolgersi al medico di base.
Da quel momento, il quadro clinico non ha fatto che peggiorare. Il medico curante, interpretando i sintomi come un episodio d’asma, le ha prescritto un farmaco broncodilatatore. Ma la situazione non è migliorata. Anzi: la notte successiva, la giovane ha cominciato a respirare a fatica anche da sdraiata. Quando il respiro si è fatto corto anche a riposo, il marito ha preso il telefono e ha chiesto aiuto. L’ambulanza è arrivata, ma era già troppo tardi.
Il decesso è avvenuto lungo il tragitto verso l’ospedale. Una corsa disperata che si è conclusa con la morte della paziente a bordo del mezzo di soccorso. I sanitari hanno tentato ogni manovra, ma senza esito. Il marito ha sporto denuncia poche ore dopo, chiedendo che venga fatta piena luce su quanto accaduto.
La Procura ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati, e disposto l’autopsia. Il corpo della donna è stato trasferito all’obitorio del “Guzzardi”, dove si attende l’esame medico-legale nelle prossime ore. L’ipotesi più accreditata – trapela da fonti sanitarie – è che si sia trattato di un’embolia polmonare, un evento acuto e spesso letale, difficile da diagnosticare con tempestività se non espressamente sospettato.
La comunità è sgomenta. La donna era conosciuta per il suo impegno nella vita quotidiana, madre attenta e presente, con quattro figli piccoli che ora restano orfani del suo abbraccio. Il più grande ha dieci anni, il più piccolo non ha ancora compiuto un anno. Il marito è distrutto, e chiede che siano accertate tutte le responsabilità.
«Non vogliamo colpevoli inventati – avrebbe detto ai conoscenti – ma neanche che si chiuda tutto con una diagnosi postuma. Mia moglie stava male. Non è stata ascoltata».
Un dolore profondo, che oggi si mescola a un bisogno di verità. L’inchiesta dovrà stabilire se vi siano stati errori nella valutazione dei sintomi, omissioni o negligenze. Ma anche – in senso più ampio – se i protocolli seguiti nei presidi sanitari siano adeguati a cogliere segnali clinici che, a volte, sono silenziosi ma letali.
Intanto, la famiglia attende risposte. E una città intera si stringe attorno a quattro bambini che non potranno più chiamare “mamma”.



