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Reading: Liste d’attesa in Sicilia: quaranta milioni spesi e i tempi peggiorano
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Meridio Post > Blog > Lifestyle > Benessere > Liste d’attesa in Sicilia: quaranta milioni spesi e i tempi peggiorano
Benessere

Liste d’attesa in Sicilia: quaranta milioni spesi e i tempi peggiorano

Carlo Lombardo
Last updated: Marzo 30, 2026 12:19 pm
Carlo Lombardo - Carlo Lombardo
Published Marzo 30, 2026
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C’è una domanda che il Cimest — il Coordinamento Intersindacale Medicina Specialistica di Territorio — pone in modo esplicito alla fine del suo comunicato, e che vale la pena mettere in cima all’articolo invece che in fondo: esiste davvero un interesse concreto del sistema sanitario regionale a ridurre le liste di attesa? È una domanda retorica, nel senso che chi la pone ha già una risposta in testa. Ma è anche una domanda legittima, perché i numeri che la precedono rendono difficile rispondere di sì senza imbarazzo.

La Regione Siciliana ha stanziato 40 milioni di euro per abbattere le liste di attesa. Questo è il dato di partenza, e fin qui nulla da eccepire: il problema esiste, le risorse sono state trovate, qualcuno si è mosso. Il punto è cosa è successo dopo. Le liste non si sono ridotte. Per alcune prestazioni diagnostiche i tempi di attesa raggiungono gli otto mesi, e in certi casi lo slittamento arriva al 2027. Nel frattempo, il denaro pubblico è stato speso — e qui inizia la parte interessante.

Il presidente del Cimest Salvatore Calvaruso e i coordinatori Domenico Garbo e Salvatore Gibiino hanno analizzato le deliberazioni delle Aziende Sanitarie Provinciali e hanno trovato che gran parte di quelle risorse è finita nella remunerazione di prestazioni aggiuntive degli specialisti ambulatoriali interni. La deliberazione dell’ASP di Catania, presa come esempio, prevede circa 80 euro l’ora per lo specialista, 40 per il personale infermieristico, 40 per quello amministrativo: 160 euro per ogni ora di attività aggiuntiva. In quell’ora, seguendo i tempi standard del sistema pubblico, si eseguono mediamente tre elettrocardiogrammi. Tre elettrocardiogrammi costano quindi al sistema sanitario pubblico circa 160 euro.

Le stesse tre prestazioni, se erogate nel privato accreditato nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, vengono remunerate mediamente 33 euro complessivi. Non per singola prestazione: in totale. Il confronto è così stridente che quasi sembra un errore di stampa, e invece è la fotografia di come vengono allocate le risorse pubbliche in questo sistema.

La questione non è ideologica — pubblico contro privato — ma strettamente tecnica e normativa. Il Cimest ricorda che il concetto di “pubblico” nel Servizio sanitario nazionale comprende sia le strutture a gestione diretta sia le strutture private accreditate, che operano dentro il sistema pubblico e sono finanziate con le stesse risorse dei LEA. Lo dice la Legge 833 del 1978, lo dice il Decreto Legislativo 502 del 1992. Non è un’opinione sindacale: è l’architettura giuridica del sistema sanitario italiano. Il Piano Regionale di Governo delle Liste di Attesa prevede tre strumenti per intervenire quando i tempi diventano eccessivi: le prestazioni aggiuntive degli specialisti interni, l’attività libero-professionale intramoenia e i cosiddetti percorsi di tutela, che coinvolgono le strutture accreditate. Le aziende sanitarie siciliane, nella pratica, sembrano avere utilizzato quasi esclusivamente i primi due — che sono anche i più costosi — ignorando sistematicamente il terzo, che permetterebbe di aumentare il volume di prestazioni erogate a un costo sensibilmente inferiore.

Il risultato di questa architettura è che il cittadino che aspetta otto mesi per una visita cardiologica ha di fatto una sola alternativa: pagarla. Spesso la paga all’interno della stessa struttura pubblica, attraverso l’attività libero-professionale intramoenia, le cui agende compaiono nei CUP insieme a quelle ordinarie, con i tempi di attesa visibili a confronto. Il meccanismo è legale, ma la sua portata è quantificabile: nella sola provincia di Catania, sommando i dati disponibili dell’ARNAS Garibaldi (circa 6 milioni annui di prestazioni ALPI), del Policlinico San Marco (oltre 4,5 milioni annui) e dell’ASP di Catania (circa 3 milioni annui), e tenendo conto che mancano i dati di altri sei ospedali provinciali, il Cimest stima che nel 2024 i cittadini catanesi abbiano speso di tasca propria oltre 20 milioni di euro per prestazioni che il sistema sanitario nazionale dovrebbe garantire gratuitamente.

Sullo sfondo di tutto questo, circa 800.000 siciliani rinunciano alle cure per motivi economici. Non si mettono in lista e aspettano, non pagano il ticket: rinunciano. È un dato che la Fondazione GIMBE, nella persona del suo presidente Nino Cartabellotta, contestualizza in una classifica regionale che vede la Sicilia terzultima nell’area distrettuale, penultima negli adempimenti dei LEA e ultima, in assoluto, nell’area della prevenzione. Ultima in Italia. Non è una posizione in classifica che si raggiunge per caso o per un anno sfortunato.

Il Cimest non si ferma alla denuncia ma solleva esplicitamente l’ipotesi che l’utilizzo prevalente delle modalità più costose, a fronte della mancata attivazione di strumenti meno onerosi previsti dalla normativa, possa configurare profili di inefficienza nell’impiego delle risorse pubbliche e, nei casi più gravi, potenziali ipotesi di danno erariale di competenza della Corte dei conti. È un’escalation lessicale consapevole: si passa dalla critica politica alla fattispecie giuridica.

L’assessore regionale alla Salute aveva dichiarato che le direttive nazionali avrebbero subordinato le risorse per l’abbattimento delle liste di attesa esclusivamente al regime pubblico diretto, escludendo di fatto il privato accreditato. Il Cimest contesta questa interpretazione punto per punto, normativa alla mano, sostenendo che quella lettura sia errata o quantomeno strumentale. La risposta dell’assessorato non è pervenuta in tempo per questo articolo.

Quello che rimane, al netto delle posizioni sindacali e delle repliche istituzionali, è un sistema che spende soldi pubblici per non risolvere un problema, mentre lo stesso problema genera altri soldi — stavolta dalle tasche dei pazienti. Se fosse un’azienda privata, qualcuno avrebbe già fatto le domande giuste sulla struttura degli incentivi.

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