Come le due primavere storiche, quella dei popoli del 1848 e quella di Praga del 1968, anche le rivolte che si sono succedute tra il 2010 e 2011 prevalentemente nel Nord Africa in Tunisia, in Libia e in Egitto, vengono definite primavera: la primavera araba.
Tutto ebbe inizio con una protesta iniziata in Tunisia quando un manifestante, Mohamed Bouazizi, si è dato alle fiamme protestando contro il governo tunisino. Nacque la Rivoluzione dei Gelsomini scatenando una reazione a catena negli altri Paesi arabi.
In Tunisia il regime assolutista di Ben Alì che guidava il Paese dal 1987 fu costretto a lasciare il potere. Di conseguenza nel 2011 si svolsero le elezioni per la nuova Costituente con la vittoria del partito islamista Ennahda integrato nel sistema parlamentare.
In Egitto, nel 2011 Mubarak, dopo trent’anni di governo, si dimise per le proteste violente. Dopo un breve periodo fino al 2013 sotto la presidenza Morsi, leader dei Fratelli musulmani, ritornò al potere un sistema autoritario con il colpo di Stato del generale Andel Fatah al-Sisi.
In Libia il colonnello Gheddafi che era al potere già dal 1969 vide destabilizzare il suo giverno a seguito delle dure proteste. La svolta si ebbe con l’intervento della NATO a favore degli insorti che riuscirono a far fuggire Gheddafi rovesciando il suo potere e alla fine uccidendolo.
Nonostante un governo democratico formatosi nel 2012 le forti divisioni religiose e tribali porterono nel 2014 a una nuova guerra civile e ancora oggi rimane tesa la situazione.
La primavera araba ha sicuramente provocato un cambiamento sociopolitico del Nord Africa, ma ancora oggi è presto, visto il susseguirsi degli eventi negativi, di dichiarare questo periodo come un processo storico chiuso.



