Ho sempre pensato che le ideologie non muoiano per mano dei loro avversari, ma per mano dei loro figli. I figli che avrebbero dovuto ereditare le bandiere le ripiegano e le mettono in un cassetto, perché hanno capito che quelle bandiere non servono a scaldare una casa quando la bolletta costa il triplo.
Ieri l’Italia ha detto No. Il 53,74% degli italiani ha bocciato la riforma della giustizia del governo Meloni, con il No vittorioso in 17 regioni su 20 . Un risultato netto, costruito su un’affluenza del 58,93% che ha smentito tutti i profeti dell’astensionismo e che nasconde un dato ancora più importante del risultato stesso.
Quel dato si chiama Generazione Z.
I ragazzi che non credono più alle favole
Nella fascia fino a 34 anni il No ha superato il 61%. Tra i 35 e i 54 anni si è attestato al 54%. Appena sotto il 50% tra gli over 55 . Tradotto: più sei giovane, più hai votato contro. E non per spirito di ribellione adolescenziale, non per ideologia, non per appartenenza partitica. Ma perché questa generazione definitivamente post-ideologica ha sviluppato un anticorpo naturale contro le bugie di chi promette sovranità e consegna miseria.
I ragazzi che ieri hanno votato No sono gli stessi che pagano affitti impossibili, che non trovano lavoro stabile, che vedono le bollette divorare lo stipendio dei loro genitori, che assistono a guerre lanciate da sovranisti in nome di popoli che non hanno mai consultato. Sono la generazione che ha visto Trump promettere grandezza americana e consegnare dazi globali del 15% che fanno aumentare i prezzi di tutto, deportazioni di massa affidate alla violenza dell’ICE, e una guerra scellerata in Iran che ha chiuso lo Stretto di Hormuz facendo esplodere il costo dell’energia in tutto il mondo.
Il sovranismo prometteva di riportare indietro le lancette della storia, a un passato glorioso di nazioni forti e indipendenti. I giovani hanno capito quello che molti dei loro genitori ancora non vogliono vedere: quel passato non esiste più, non è ripetibile e chi lo promette sta mentendo.
Le nuove generazioni sono state decisive. E lo sono state non perché qualcuno le abbia mobilitate, ma perché si sono mobilitate da sole, stanche di pagare il conto delle ideologie altrui.
Parigi, Marsiglia, Lione: le grandi città europee respingono gli estremismi
E mentre l’Italia votava No al referendum, la Francia votava per i suoi sindaci. Con un risultato che, letto insieme a quello italiano, racconta la stessa storia da un’angolazione diversa.
Nelle grandi città francesi la destra sovranista di Marine Le Pen è stata respinta . Parigi ha eletto il socialista Emmanuel Grégoire con oltre il 53%, staccando di quindici punti la candidata dei Républicains Rachida Dati alleata con i macroniani . A Marsiglia il sindaco di sinistra Benoît Payan è stato rieletto con il 54% battendo il candidato del Rassemblement National Franck Allisio di quattordici punti . A Lione il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet ha vinto con circa il 54% . Persino a Tolone e Nîmes, nel sud tradizionalmente favorevole all’estrema destra, il RN è stato battuto.
Certo, Le Pen ha conquistato Nizza con Ciotti e ha tenuto Perpignan. Bardella ha parlato di avanzata storica. Ma è un’avanzata nella Francia profonda, nei piccoli comuni, nella provincia che invecchia e si aggrappa alla nostalgia. Le grandi città, quelle dove i giovani studiano, lavorano, vivono e decidono il futuro, hanno detto no. Esattamente come in Italia.
Il pattern è lo stesso su entrambi i lati delle Alpi: Napoli ha portato il No sopra il 70%, Roma sopra il 60% . Palermo ha sfiorato il 69% . Le città — quelle che producono cultura, innovazione, economia — rifiutano il sovranismo. La provincia, con le sue paure comprensibili ma strumentalizzate, resiste ancora. Ma il futuro non si scrive nei borghi, si scrive nelle metropoli. E le metropoli europee stanno parlando chiaro.
La maschera caduta
Perché succede adesso? Perché il sovranismo ha perso l’unica arma che aveva: la promessa. Finché restava all’opposizione, o ai margini del potere, poteva permettersi di promettere tutto senza dover rendere conto di nulla. L’America prima di tutto, l’Ungheria prima di tutto, l’Italia prima di tutto. Slogan magnifici, vuoti come tamburi.
Poi è arrivata la realtà. Trump, il sovranista per eccellenza, ha mostrato al mondo cosa significa davvero mettere l’America prima di tutto: significa bombardare l’Iran e chiudere Hormuz, significa imporre dazi che impoveriscono gli alleati, significa usare l’ICE per deportare persone con una brutalità che ha scioccato persino una parte del suo elettorato, significa minacciare di annettersi la Groenlandia con il ricatto commerciale. Il sovranismo americano non ha prodotto grandezza. Ha prodotto guerra e povertà, esattamente come ogni nazionalismo nella storia.
E in Europa? Mentre il popolo italiano votava No, Salvini era fisicamente lontano — in missione in Ungheria a sostenere Orbán . Una fotografia perfetta dello stato del sovranismo europeo: il vicepremier italiano che va a fare campagna elettorale per un autocrate straniero invece di stare nel suo Paese il giorno di un referendum. Che meravigliosa incarnazione del patriottismo sovranista: la patria prima di tutto, a patto che la patria sia quella di qualcun altro.
Budapest, 12 aprile: la battaglia più importante
E qui arriviamo al punto. Perché se l’Italia ha detto No e le grandi città francesi hanno respinto gli estremismi, resta un’ultima trincea sovranista da espugnare nel cuore dell’Europa. Si chiama Budapest e il suo inquilino si chiama Viktor Orbán.
Il 12 aprile gli ungheresi andranno al voto e per la prima volta dopo sedici anni Orbán affronta una sfida elettorale reale, dato in svantaggio nei sondaggi contro Péter Magyar . Lo stesso Orbán che per un decennio ha fatto dell’Ungheria la spina nel fianco dell’Europa, l’uomo di Putin a Bruxelles, il guastatore che blocca con i suoi ricatti un intero continente.
La caduta di Orbán non sarebbe soltanto una liberazione per gli ungheresi, che meritano di vivere in una democrazia piena e non in un’autocrazia travestita da democrazia illiberale. Sarebbe la fine dell’ultimo grande alibi del sovranismo europeo. Senza Orbán il meccanismo dell’unanimità perde il suo sabotatore seriale. Senza Orbán Putin perde il suo avvocato al tavolo europeo. Senza Orbán l’Europa può finalmente cominciare a muoversi come un soggetto unico, senza il terrore del veto ungherese che paralizza ogni decisione.
Il 12 aprile Budapest può completare il trittico: dopo il No italiano e la resistenza delle grandi città francesi, la caduta dell’ultimo bastione sovranista nel cuore dell’Europa.
L’ultima ideologia
Il sovranismo è stata l’ultima ideologia del Novecento travestita da novità del Ventunesimo secolo. Ha usato i social media per vendere un prodotto vecchio: il nazionalismo. Ha usato la paura per spacciare una soluzione che non è mai stata tale: i muri. Ha usato la rabbia legittima di milioni di persone per costruire carriere politiche che hanno prodotto solo guerre, crisi energetiche, recessioni e diritti negati.
La Generazione Z, questa generazione che i commentatori descrivono come disimpegnata e apatica, ha fatto quello che nessun partito d’opposizione era riuscito a fare: ha tolto la maschera al sovranismo votando in massa. Non per ideologia, perché non ne hanno una. Non per appartenenza, perché non si riconoscono nei partiti tradizionali. Ma per istinto di sopravvivenza. Perché sanno che il mondo in cui dovranno vivere non si costruisce con i muri, ma con i ponti.
Ieri sera a Roma, come a Palermo, in decine di città italiane, la gente è scesa in strada a festeggiare . Non la vittoria di un partito, ma la sconfitta di una bugia. La stessa bugia che Le Pen racconta ai francesi, che Orbán racconta agli ungheresi, che Trump racconta agli americani.
La differenza è che i giovani non ci cascano più. E dove non ci cascano i giovani, non ci casca il futuro.
Il sovranismo sta morendo. Non per mano di un avversario politico, ma per mano della generazione che avrebbe dovuto ereditarlo e che, invece, lo sta seppellendo. Con un voto, con una croce sul No, con la semplicità disarmante di chi non ha bisogno di ideologie per distinguere una bugia dalla verità.
Buon 12 aprile, Budapest. L’Europa vi aspetta dall’altra parte del muro.



