Nel 1987 iniziò una protesta popolare del popolo palestinese per il continuo aumento dei coloni israeliani in Cisgiordania (70.000 persone) e a Gaza (2.000). Tale moto popolare prese in nome di prima Intifada che in arabo ha il significato di “brivido, lotta”.
Questa sollevazione popolare combatté l’occupazione israeliana con scioperi, disubbidienze civili e con lotte.
Nello stesso periodo emerge un movimento politico-militare islamico di stampo estremista e terrorista a Gaza, Hamas. L’altro partito moderato è Fatah che prevale in Cisgiordania ancora oggi.
Negli anni ’90 le strategie di pace da parte del palestinese Arafat e del capo del governo israeliano Rabin (quest’ultimo ucciso da un ultranazionalista ebreo nel 1995) raggiunsero, con gli Accordi di Oslo nel settembre del 1993 alla presenza del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, un periodo di pace. Gli accordi prevedevano gradualmente la nascita dello Stato della Palestina con i territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Tale accordo doveva essere attuato gradualmente ma, quando Clinton alla fine del mandato (2000) con il premier israeliano Barak proposero il riconoscimento e la nascita dello Stato unitario della Palestina lasciando alcuni territori occupati da Israele, Arafat non accettò. Non accettò perché il mondo arabo era diviso e protesto contro la moderazione dello stesso Arafat.
Prima di Barak, alla morte di Rabin e dopo una breve presidenza Peres, nelle elezioni del 1996 vinse il leader di Likud (destra nazionalista) Netanyahu. Likud ritornò al potere con Sharon nel 2000 quando Israele occupò alcuni territori a Gaza e in Cisgiordania suscitando la seconda Intifada, più violenta della prima con attentati e suicidi palestinesi.
Nel 2004 si giunse alla Road map, un piano voluto dal presidente degli USA Geroge W. Bush, dall’Unione Europea, dalla Russia e dall’ONU per attuare il principio “due popoli, due stati” a seguito degli accordi di Oslo. Si attuò così una parziale apertura e un relativo momento di pace.
Nel 2005 Sharon ritirò le truppe israeliane dalla Striscia di Gaza per consegnarle all’autorità palestinese. A vincere le elezioni per il governo di Gaza fu Hamas che creò a livello internazionale una problematica instabilità.
Tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 Hamas fece lanciare dei missili da Gaza verso Israele. Gli israeliani risposero con un intervento militare che causò circa mille vittime.
Altri conflitti nel 2012 e nel 2014 interessarono la stessa zona.
Il 7 ottobre 2023 dalla Striscia di Gaza parte un attacco di guerra contro Israele con l’operazione inondazioni di Al-Aqsa.
Il numero di vittime civili, di ostaggi, di bambini viene registrato come il più grave attentato nella storia di Israele con scene raccapriccianti e disumane.
Cos’è successo?
Oggi sappiamo che la reazione di Israele è andata oltre la linea della difesa, oltre la linea della ragione, oltre la linea della consapevolezza nella risoluzione dei conflitti. Di fatto vi è uno sterminio in corso.
Da storico dovrei fermarmi qui. Dovrei essere “freddo e oggettivo” si direbbe. Ed è così.
Ma non posso, dopo aver raccontato oggettivamente i fatti non esprimere quello che oggi sento profondamente nel cuore.
La realtà è più profonda. Ripudio chi oggi cerca di utilizzare ciò che il governo di Israele sta facendo in modo disumano per odiare gli ebrei, dimenticando la storia della Shoah, negando la storia e anche le ragioni della nascita dello Stato di Israele.
Allo stesso tempo però ciò che oggi ripudio è il sionismo nazionalista spietato. Il progetto coloniale che devasta la Palestina oltre qualsiasi idea che stava a fondamento della nascita dello Stato di Israele e svuota di senso la memoria stessa della Shoah.
Ripudio l’idea che si possa usare il proprio passato come giustificazione per il massacro di un altro popolo, i Palestinesi.
Oggi sappiamo che Gaza è diventato il luogo dell’ingiustizia, della disumanità e della violenza a causa di Netanyahu e del suo Governo.
Questo è un dato oggettivo che, come storici, racconteremo in futuro. Ma oggi è sotto gli occhi di tutti.
Credo che fino a quando non ci sia il rispetto reciproco, la riconoscenza reciproca, l’attuazione di “due popoli, due stati”, non ci sarà pace, non ci sarà giustizia, non ci sarà fine. Questo lo sanno moltissimi, la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi.



