Nella mia vita ho pagato bollette alte, bollette basse e bollette assurde. Ma non mi era mai capitato di pagare la bolletta delle bugie altrui. Perché è questo che sta accadendo a quattrocentocinquanta milioni di europei in queste settimane: stiamo saldando il conto di chi per un decennio ci ha raccontato che la sovranità nazionale fosse la risposta a tutto. Che bastasse alzare un muro, stringere la mano giusta, sventolare una bandierina e il gas sarebbe arrivato a buon mercato, il petrolio a fiumi, l’energia quasi gratis. Come le promesse elettorali: magnifiche finché non arriva la realtà a presentare la fattura.
La realtà, oggi, ha il volto di Donald Trump. Ha il volto di una guerra commerciale senza precedenti nel dopoguerra, di dazi usati come arma geopolitica, di un alleato che si comporta come un estorsore. E ha il volto di uno Stretto di Hormuz bloccato dalla guerra in Iran, con il prezzo del gas raddoppiato in poche settimane e le borse europee crollate di quasi il quattro percento in una sola settimana.
I sovranisti ci avevano promesso ricchezza e indipendenza. Ci hanno consegnato guerre e povertà energetica.
Partiamo da Washington, perché è lì che si gioca la partita più grande. A fine febbraio sono entrati in vigore nuovi dazi globali del 15% imposti da Trump, dopo che la Corte Suprema americana gli aveva bocciato quelli precedenti dichiarandoli illegali. La risposta del presidente più imprevedibile della storia americana? Cambiare la legge di riferimento e ripartire all’attacco. Come un giocatore di poker che bara e, scoperto, cambia tavolo per continuare a barare.
Trump ha minacciato dazi del 25% contro un gruppo di Paesi europei se non accetteranno di cedere la Groenlandia. Leggiamo bene: dazi commerciali come strumento di ricatto territoriale nei confronti di alleati NATO. Non siamo dentro un romanzo distopico, siamo nel marzo 2026 e il presidente degli Stati Uniti usa le tariffe doganali per tentare di annettersi un territorio europeo. Se qualcuno avesse raccontato questa scena cinque anni fa lo avrebbero preso per pazzo.
E l’Europa? L’Europa negozia, rinvia, cerca compromessi. Il Parlamento Europeo ha trovato una prima intesa sui dazi con salvaguardie, ma con la possibilità che Washington applichi liberamente fino al 15% sulle merci europee. Una resa mascherata da accordo. Come se il padrone di casa, dopo essere stato derubato, trattasse con il ladro la percentuale del bottino che gli è concesso tenere.
Ma i dazi sono solo metà del problema. L’altra metà si chiama energia e si declina in una sola parola: dipendenza. L’Europa ha accettato di indebolire la propria sicurezza energetica rinunciando al gas russo, trasformandosi in un compratore più dipendente dai mercati e dalla volatilità globale. Una scelta che andava fatta, attenzione, perché non si compra il gas da chi ti bombarda i vicini di casa. Ma che andava accompagnata da un piano B europeo, non da ventisette piani B nazionali ognuno in contraddizione con l’altro.
E quando la guerra in Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia da cui transita un quarto del petrolio mondiale, il piano B si è rivelato per quello che era: un foglio bianco. Il premier croato Plenković ha avvertito che questa crisi sarà peggiore di quella seguita all’invasione dell’Ucraina. La BCE ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita. L’inflazione è stata rivista al rialzo, in particolare per il 2026, a causa dell’incremento dei prezzi dell’energia provocato dalla guerra in Medio Oriente.
E intanto Trump, dall’altra parte dell’Atlantico, ha ampliato le deroghe sulle sanzioni per consentire l’acquisto di petrolio russo bloccato in mare, provocando il disagio dei leader europei che temono di veder indeboliti gli sforzi per isolare Mosca. L’amico americano ci chiede di non comprare gas russo, ma poi apre le porte al petrolio di Putin quando gli conviene. Questa non è un’alleanza, è un rapporto coloniale.
In questo scenario già catastrofico si inserisce, come una ciliegina avvelenata, Viktor Orbán. Il campione del sovranismo europeo, l’uomo che per un decennio ha stretto la mano a Putin presentandolo come partner affidabile, ha bloccato il prestito da novanta miliardi all’Ucraina subordinandolo alla ripresa del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. L’intero Consiglio europeo del 19 marzo è stato tenuto in ostaggio dal ricatto di un uomo solo, dato in svantaggio nei sondaggi a tre settimane dal voto del 12 aprile.
Orbán non sta difendendo l’Ungheria. Sta difendendo la sua poltrona. E il meccanismo dell’unanimità glielo consente. Un singolo governo, con dieci milioni di abitanti, paralizza le decisioni di un continente di quasi mezzo miliardo di persone. Se questo non è il fallimento dell’Europa intergovernativa, non so cosa lo sia.
Facciamo un esercizio di memoria, doloroso ma necessario. I sovranisti di mezza Europa — da Fico a Orbán, da Farage a Salvini, da Le Pen a Meloni — ci hanno raccontato per anni la stessa favola: le nazioni sovrane avrebbero negoziato da sole i propri contratti energetici, gestito da sole le proprie frontiere, deciso da sole il proprio destino. Fuori dai vincoli di Bruxelles si sarebbe vissuti meglio, più ricchi, più liberi, più forti.
E oggi? Oggi il sovranista Trump bombarda l’Iran e ci chiude Hormuz. Il sovranista Putin ci ha tolto il gas invadendo l’Ucraina. Il sovranista Orbán ci prende in ostaggio per un oleodotto. L’Europa sovranista della Brexit ha un’economia che arranca e una sterlina che ha perso valore. La crisi energetica si trasforma in poche ore in crisi industriale e sociale, perché l’energia non è una merce come le altre: è l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.
Il sovranismo non è una teoria politica. È una truffa. Una truffa che produce guerre e povertà presentandole come sovranità e indipendenza. E noi europei ne stiamo pagando il conto, letteralmente, ogni volta che apriamo la busta della bolletta.
Eppure la risposta esiste. È sotto i nostri occhi, scritta nella geografia, nella demografia, nell’economia. L’Europa ha 450 milioni di consumatori, il mercato unico più grande del pianeta, una capacità tecnologica e industriale che nessuno stato nazionale europeo, da solo, potrà mai eguagliare.
La Spagna ha dimostrato che investire nelle rinnovabili permette di avere prezzi dell’elettricità fino al 45% inferiori rispetto ad altri Paesi europei. La Francia rilancia il nucleare. La Germania, pur tra mille contraddizioni, resta il cuore industriale del continente. Ma queste non sono tessere di un mosaico. Sono frammenti sparsi che nessuno mette insieme, perché manca l’unica cosa che potrebbe farlo: un governo federale europeo.
Un’Europa federale avrebbe una politica energetica comune, un sistema di acquisto congiunto di gas e petrolio con la forza contrattuale del primo importatore mondiale, una rete elettrica integrata e un piano di investimento nelle rinnovabili coordinato a livello continentale. Avrebbe, soprattutto, la forza di sedersi al tavolo con Trump e dirgli: i tuoi dazi non ci fanno paura, perché il nostro mercato interno vale quanto il tuo e possiamo fare a meno di te tanto quanto tu puoi fare a meno di noi.
Non è utopia. È aritmetica. Quando compri energia per 450 milioni di persone hai un potere negoziale che la piccola Ungheria di Orbán, con i suoi accordi bilaterali con Mosca, non avrà mai. Quando rispondi ai dazi americani come blocco unico di cinquecento milioni di consumatori, Washington ti ascolta. Quando parli a nome di un’Europa unita, non sei un vaso di coccio tra vasi di ferro. Sei il ferro.
Il 2026 è un anno decisivo per l’Europa: Bruxelles deve dimostrare la capacità di posizionarsi in un ordine globale caratterizzato dal ritorno della politica di potenza e da crescenti tensioni commerciali. Le elezioni ungheresi del 12 aprile potrebbero toglierci di mezzo un guastatore. Le elezioni americane di metà mandato a novembre ci diranno se il trumpismo è un ciclo politico o una condanna permanente. Ma noi non possiamo aspettare le decisioni degli altri per decidere del nostro futuro.
I Paesi Bassi di Rob Jetten hanno già dimostrato che il sovranismo non è inevitabile, che l’europeismo può essere un progetto politico concreto e non un principio astratto. Che si può vincere un’elezione parlando di più Europa, non di meno. Che esiste un’alternativa alla narrazione tossica dei nazionalisti.
Ma servono federalisti, non burocrati. Serve il coraggio di dire che l’Europa delle nazioni sovrane ha fallito. Che l’agenda “Un’Europa, un mercato unico” varata dal Consiglio è una lista dei desideri, non una strategia di gestione della crisi. Che il modello intergovernativo, quello in cui i capi di stato si riuniscono, litigano per dodici ore, non decidono nulla e rilasciano comunicati pieni di belle parole, è clinicamente morto. L’ha ucciso la pandemia, l’ha sepolto la guerra in Ucraina, lo Stretto di Hormuz e i dazi di Trump ne stanno scrivendo l’epitaffio.
Altiero Spinelli scrisse il Manifesto di Ventotene in un confino fascista, immaginando un’Europa federale come unica risposta alla guerra e al nazionalismo. Aveva ragione allora, quando i nazionalismi avevano prodotto due guerre mondiali. Ha ragione oggi, quando i sovranismi producono guerre in Ucraina e in Iran, crisi energetiche, dazi punitivi e paralisi decisionale.
L’Europa federale non è il sogno di qualche idealista con la testa tra le nuvole. È l’unica architettura istituzionale capace di trasformare la nostra potenza economica in potenza politica. L’unica in grado di comprare energia come un colosso, rispondere a Trump come un pari, togliere a qualsiasi Orbán il potere di ricatto che oggi paralizza un continente.
Possiamo continuare a fingere che bastino una roadmap, un’agenda, una revisione dell’ETS entro luglio. Possiamo continuare a subire i dazi di un alleato che ci tratta da sudditi e i ricatti di un autocrate che ci prende per scemi. Oppure possiamo guardare in faccia la realtà: o diventiamo Europa, davvero, oppure non saremo nulla.
E con l’Europa, spariremo anche noi europei, qualsiasi sia la nostra nazionalità.



