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Reading: Il pallone sgonfio: vent’anni di miseria azzurra
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Meridio Post > Blog > Sport > Calcio > Il pallone sgonfio: vent’anni di miseria azzurra
Calcio

Il pallone sgonfio: vent’anni di miseria azzurra

Simone Di Trapani
Last updated: Aprile 1, 2026 6:49 am
Simone Di Trapani - Simone Di Trapani
Published Aprile 1, 2026
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C’è un’immagine che porto dentro da settimane e che racconta, meglio di qualsiasi statistica, il baratro in cui è precipitato il calcio italiano. Moise Kean, il migliore attaccante che la nazionale riesce a esprimere, lanciato in contropiede con il portiere davanti. Tira di poco alto, cercando di anticiparlo. Baggio avrebbe fintato, lo avrebbe fatto sedere e gli avrebbe depositato la palla alle spalle con un cucchiaio. Del Piero avrebbe aspettato il suo movimento, lo avrebbe saltato con un tocco morbido e avrebbe segnato guardando la curva. Totti gli avrebbe fatto un tunnel. Kean tira alto. In quel pallone che sorvola la traversa c’è tutta la miseria degli ultimi vent’anni di calcio italiano.

Il vecchio arrogante alla guida della FIGC — incollato alla sedia come certi politici che scambiano l’inamovibilità per autorevolezza — è stato rieletto quasi all’unanimità. Quasi all’unanimità, dopo aver collezionato una serie di fallimenti che in qualsiasi paese serio avrebbero provocato le dimissioni al primo tentativo. Ma non in Italia. In Italia il circo si autoalimenta, gli attori si votano a vicenda, e il sistema si perpetua con l’eleganza di una discarica abusiva.

Questo signore ha avuto il coraggio di dichiarare che “l’Italia va bene solo negli sport dilettantistici”. Fermiamoci un momento su questa perla. Jannik Sinner, lo scorso anno, ha guadagnato trentaquattro milioni di euro. Kimi Antonelli, diciannove anni, ne ha portati a casa dodici. Non mi paiono cifre da circolo ricreativo. E allora che cosa sono, questi campioni? Dilettanti che per caso firmano contratti milionari? O forse sono la dimostrazione vivente che il talento italiano esiste eccome, ma sboccia solo là dove il sistema non è marcio? Tennis, Formula 1, pallavolo, nuoto, sci, atletica — discipline dove contano il merito, la preparazione, il coraggio di innovare. Discipline dove nessun presidente inamovibile decide chi gioca e chi no sulla base di equilibri politici interni e peso dei procuratori.

Il calcio italiano è un fortino. Non uno di quelli che si difendono dall’esterno per proteggere qualcosa di prezioso. No, è un fortino che tiene chiuse le porte per non far vedere cosa succede dentro. Un sistema corrotto nella sua essenza — non necessariamente per tangenti o mazzette, anche se non mancano — ma corrotto nella sua logica di fondo: l’autoconservazione della mediocrità.

Parliamo della Lega Serie A. Più della metà dei club della massima divisione sono in mano a proprietà straniere: Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma, Verona. Tra i grandi club, solo Juventus, Napoli e Lazio restano italiane. Questi proprietari hanno comprato il calcio italiano come si compra un appartamento in centro storico: per il prestigio, per il ritorno d’immagine, per le plusvalenze. La nazionale? La nazionale non entra nei loro piani industriali. La Lega se ne fotte della maglia azzurra, e lo fa con la disinvoltura di chi non ha alcun legame emotivo con quello che la maglia azzurra ha rappresentato per generazioni. La Turchia ferma il campionato perché Montella (un bravo allenatore italiano) aveva chiesto di potere preparare il playoff, l’Italia si piega ai padroni stranieri del nostro calcio da DAZN ai presidenti della maggior parte del club.

Ecco il paradosso grottesco: abbiamo venduto il nostro calcio a fondi di investimento e magnati stranieri che lo gestiscono come un asset finanziario, e poi ci lamentiamo che non produce più campioni per la nazionale. Ma come potrebbe? I vivai sono diventati fabbriche di plusvalenze, non di calciatori. Si comprano ragazzini brasiliani a quattordici anni non per farli crescere, ma per rivenderli a diciotto con il doppio della valutazione. Il talento italiano, quello vero, quello che nasceva nei campetti di periferia (che non esistono più), non ha più spazio. Costa troppo poco per generare una plusvalenza interessante e troppo per rischiare di farlo giocare.

Il calcio è un patrimonio collettivo. È nostro. È dei tifosi che riempiono gli stadi fatiscenti, che pagano abbonamenti televisivi sempre più cari per vedere partite sempre più brutte, che crescono i figli con la maglia della nazionale addosso sapendo che quella maglia non significa più niente. Noi siamo i proprietari morali di questo sport, e ci hanno espropriato senza nemmeno avvisarci.
I milioni ci sono, eccome. Solo che finiscono nelle mani di procuratori senza scrupoli e faccendieri che si aggirano nei corridoi delle società come avvoltoi. Un giovane calciatore italiano di medio talento guadagna in un mese quello che un neurochirurgo guadagna in un anno. E nessuno si chiede se questo sia sostenibile, se sia giusto, se sia anche solo vagamente sensato.

Dobbiamo pretendere una riforma. Totale, radicale, senza compromessi. Dobbiamo pretenderla dai politici che abbiamo eletto e che eleggeremo, indipendentemente dallo schieramento. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di dignità nazionale. Si azzerino la FIGC e le leghe che la costituiscono. Si riscrivano le regole da zero. Si limiti l’autonomia di una Lega che antepone sistematicamente gli interessi commerciali dei club alla salute del movimento. Oppure — e lo dico provocatoriamente, ma non troppo — si alzino le tasse sulle proprietà calcistiche a livelli da farli scappare tutti, questi investitori col sigaro in bocca e il foglio Excel al posto del cuore. Magari così il calcio torna a essere passione pura, sudore sulla maglia, gente che ci mette l’anima per passione.

Vent’anni. Tanto è passato dall’ultima volta che abbiamo visto un vero campione con la maglia azzurra. Un giocatore capace di prendersi la partita sulle spalle, di inventare qualcosa che nessuno aveva previsto, di farti saltare dal divano. Abbiamo avuto buoni giocatori, onesti professionisti, qualche talento incompiuto. Ma campioni, no. E non perché l’Italia abbia smesso di produrre talento — Sinner e Antonelli lo dimostrano ogni settimana. È il sistema calcio che quel talento lo soffoca, lo appiattisce, lo normalizza fino a renderlo mediocre.

Il calcio italiano non è più un malato terminale che rifiuta le cure, è un morto in decomposizione che nessuno vuole seppellire. Un sistema chiuso, autoreferenziale, irriformabile dall’interno. Ogni tentativo di cambiamento viene neutralizzato da chi quel sistema lo governa e da quel sistema trae potere, stipendio e visibilità.

Il presidente resta sulla sedia perché toglierlo significherebbe ammettere che il problema è strutturale, e ammettere che il problema è strutturale significherebbe rimettere in discussione tutto. E tutto, in Italia, non si rimette mai in discussione.

Kean tira alto. E noi restiamo qui, a guardare il pallone che sorvola la traversa, chiedendoci dove sia finito il calcio che ci faceva sognare. La risposta, purtroppo, la conosciamo già. È sepolto sotto le macerie di un sistema che ha scelto il denaro e la mediocrità.

E finché non avremo il coraggio di demolirlo, quel pallone continuerà a volare alto. Nel senso sbagliato.

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