La Sicilia non è a secco solo perché non piove. La Sicilia è a secco perché ha scelto scientificamente di non trattenere l’acqua quando cade. Mentre le campagne bruciano e i razionamenti idrici strozzano città e agricoltura, si consuma sotto i nostri occhi il teatro dell’assurdo delle infrastrutture regionali: un sistema idrico colabrodo gestito con la logica dell’eterna emergenza.
Il simbolo di questo fallimento ha un nome preciso: Diga Trinità. Un invaso fondamentale per il trapanese che, a causa di mancati collaudi decennali e vincoli di sicurezza mai superati, è costretto a operare a scartamento ridotto. La beffa è atroce: quando le piogge arrivano, l’acqua supera la quota di sicurezza autorizzata e viene ordinato lo sversamento in mare per sovrappieno. Mentre gli agricoltori guardano i raccolti morire, milioni di metri cubi d’acqua dolce vengono gettati nel Delia, e da lì nel Mediterraneo.
Ma il dramma assume contorni grotteschi se spostiamo lo sguardo sulla Diga Garcia. Un colosso progettato per invasare 80 milioni di metri cubi, oggi ridotto a una pozzanghera di fango. Le stime attuali sono impietose e parlano di un volume utile crollato verso la soglia critica dei 500 mila metri cubi, praticamente il “volume morto”. Non è solo sfortuna climatica, è incuria e sciagura politica: la siccità e la minore piovosità sono stati infelicemente accompagnati da una assurda scelta politica di consentire l’uso di 5 milioni di metri cubi per l’irrigazione delle campagne con contemporaneo razionamento progressivo per l’uso cittadino e senza un piano reale per consentire un migliore afflusso del fiume Belice che necessita da tempo di importanti interventi di pulitura.
Di fronte a questo disastro, la politica rispolvera il miraggio dei dissalatori. Una follia economica ed ecologica spacciata per soluzione. Parliamo di acqua che costerà ai siciliani fino a 5 euro al metro cubo, se non oltre, rispetto agli 1-2 euro della già cara acqua convenzionale. Un salasso che pagheremo in bolletta per decenni.
Le conseguenze di questa miopia si spalmano equamente su tutti. Da un lato ci sono le famiglie, costrette a turnazioni idriche umilianti, a svegliarsi di notte per riempire le vasche o a comprare l’acqua dai privati. Dall’altro c’è l’agricoltura, che subisce non solo un danno economico immediato per i raccolti persi, ma un danno sistemico irreversibile: quando un frutteto o un vigneto secca, servono anni per ripiantarlo.
Non possiamo nasconderci dietro il dito del cambiamento climatico. È vero, piove meno, ma la desertificazione che avanza al ritmo di 117 km quadrati l’anno (dati che ormai sono certezze statistiche) è una concausa aggravata dall’uomo. La cementificazione selvaggia e la mancata cura del territorio hanno reso il suolo incapace di trattenere l’umidità, trasformando la Sicilia in una spugna secca che non assorbe più nulla. La crisi idrica non è una fatalità: è la somma algebrica di decenni di mancata manutenzione, opere incompiute e politica dello scaricabarile.



