Ci sono luoghi che prima di viverli li immagini, scolpiti nella mente come due facce opposte della stessa medaglia. Da una parte Linosa, una perla nera di lava solidificata, arsa dal sole e dalla salsedine nel cuore del Canale di Sicilia. Dall’altra Salò, un gioiello adagiato con grazia sulle acque placide del Garda, incastonato tra le Alpi e la pianura. Due Italie agli antipodi, due cartoline che diventano il palcoscenico di due storie speculari su cosa sia diventato il calcio: quello vero, fatto di passione, e quello moderno, un circo di fondi d’investimento e interessi che calpestano le storie e i sentimenti.
La prima storia ha l’odore della terra e del sudore. Si svolge a Linosa, su una piana scoscesa a poche centinaia di metri dalla pozzolana nera di ponente. Lì, più di quarant’anni fa, gli isolani hanno strappato alla roccia un campo di calcio. La mia memoria vola al 1992, a poche ore dal primo sbarco su quell’isola che mi avrebbe stregato. Fui catapultato in una partita, raggiungendo quel rettangolo di polvere e sassi a bordo di un trattore. Non c’erano linee, solo buche e due porte, ma c’erano ventidue ragazzi e un pallone. C’era tutto. Una foto recente mi ha riportato a quel giorno: i giocatori gialloverdi di oggi stringono un lenzuolo che è un manifesto d’amore: “Non abbiamo erba né lusso, solo fango e passione. Ma basta il cuore di Linosa per far tremare il mondo”. È il calcio di 450 anime fiere, lontane da tutto, persino dalla sanità nazionale, ma aggrappate al loro scoglio e al loro campetto disastrato dove battono cuori veri.
Mentre l’eco di quella passione pura risuona, irrompe con violenza la modernità cinica del calcio-azienda. La favola bella della FeralpiSalò, società sana e pulita, capace di conquistarsi la Serie B con le proprie forze, viene cancellata con un colpo di spugna. Il Brescia, fallito, avrebbe dovuto ripartire dai dilettanti, come accaduto a Palermo, Catania e Reggina. Ma al nord le regole sembrano avere un peso diverso. Si trova l’inganno, l’escamotage legale: il Brescia prende la matricola del Salò e la favola finisce. Un’intera comunità di tifosi, persone splendide che a Palermo abbiamo avuto la fortuna di conoscere e chiamare amici, viene tradita. La loro passione, i chilometri macinati per l’Italia, tutto sacrificato sull’altare degli affari.
E non è un caso isolato. In Sicilia, la storia del Sant’Agata di Militello viene sradicata e spedita a 100 km di distanza, a Messina, per le stesse logiche perverse. Così, mentre il sistema calcio diretto da Gravina & Co. mette in scena il suo spettacolo pietoso, mortificando migliaia di tifosi in nome del profitto, in un’isola che assomiglia al paradiso, i ragazzi di Linosa si preparano a sistemare il loro campo.
Lì, su quella terra che non cambierebbero con niente al mondo, si preparano a vivere altre ore di gioia. Perché lo sport più bello del mondo, quello vero, non abita più nei palazzi della FIGC, ma sopravvive in un fazzoletto di terra battuta e passione.
Sarebbe bello se ognuno di noi devolvesse un mese di abbonamento Dazn per costruire un campo ai ragazzi di Linosa.



