Il giorno dopo il referendum, la destra italiana ha trovato il colpevole: la Generazione Z. Quei ragazzi che non guardano Vespa, che non sanno neanche chi è Sechi, non leggono Libero o qualsiasi altro quotidiano e non hanno mai aperto Facebook se non per ridere dei post di uno zio. Li attaccano dagli studi televisivi, il che è involontariamente poetico: parlano male dei giovani dall’unico posto dove i giovani non andranno mai a cercarli.
I numeri raccontano una storia diversa dalla caricatura. La Gen Z ha votato con un’affluenza del 67%, schierandosi per il No al 58,5%. Nella fascia under 35 il No ha raggiunto il 61,1% contro il 38,9% del Sì. Il No ha prevalso tra laureati, diplomati, studenti, professionisti e lavoratori autonomi. Il Sì ha vinto solo tra chi possiede la licenza media o elementare, tra il ceto operaio e le casalinghe.
Non è una frattura politica. È una frattura cognitiva, frutto dell’uso subdolo di Tv e Vecchi Social.
Tra i giovani italiani si registra un rifiuto pressoché totale dei media tradizionali: il 70,3% non li considera più fonti attendibili. Instagram e TikTok sono utilizzati da un terzo degli under 30 come principali canali di informazione, seguiti da YouTube. Facebook è roba da genitori: lo usa per informarsi appena il 25% dei giovani, contro oltre il 60% degli over 55.
Ma attenzione: non è che i ragazzi si siano spostati da un padrone a un altro. Il loro rapporto con l’informazione è strutturalmente diverso. I social vengono usati sempre più come motori di ricerca informali, dove cercare risposte e salvare informazioni. L’80% delle condivisioni avviene nel cosiddetto “dark social” — chat private, gruppi WhatsApp, server Discord — invisibile alle metriche tradizionali. Non c’è un anchorman che detta la linea.
C’è un ecosistema orizzontale dove l’informazione viene cercata, confrontata e filtrata tra pari.
È esattamente ciò che rende questa generazione impermeabile alla propaganda da talk show.
La loro scala dei desideri mette al primo posto stabilità lavorativa, equilibrio negli affetti, sicurezza, serenità. I valori morali più sentiti sono la cura verso gli altri, la giustizia e l’integrità personale. Sono più aperti e inclusivi verso gli immigrati — il 55% propende per la solidarietà — e critici verso le grandi aziende, da cui pretendono impegno concreto.
Non sono rivoluzionari. Sono pragmatici con una bussola morale che funziona. Chiedono cose semplici che il Novecento non è mai riuscito a garantire: meritocrazia, pace, dignità del lavoro. Non credono alle ideologie perché sono cresciuti vedendone i danni.
Le manifestazioni spontanee dopo la vittoria del No, con migliaia di studenti in piazza, testimoniano la natura identitaria che il voto ha assunto per questa generazione. Ma il referendum non è un’elezione politica. I millennials (29-44 anni) hanno registrato il massimo livello di astensionismo: il 47,5% non si è presentato. Segno che la mobilitazione non è automatica, non è permanente, non è trasferibile.
Il centrosinistra sta già commettendo l’errore che conosco a memoria: si appresta a parlare ai ragazzi con l’atteggiamento dei professorini, anziché far parlare i ragazzi. Avete un anno per smentirmi. Vedere venticinquenni guidare le vostre liste sarebbe l’inizio della connessione al futuro. Continuare a metterli in platea mentre i sessantenni occupano il palco significherà perderli, come avete perso i millennials.
Mancano pochi anni e questa generazione sarà comunque classe dirigente nella società. Per la prima volta, dopo tanti anni di vane speranze, leggo la possibilità concreta di seppellire il Novecento. Non per merito di un partito, di un leader, di un’ideologia. Ma perché una generazione intera ha smesso di guardare la televisione e ha iniziato a pensare con la propria testa.



