Un’indagine avviata da un accesso ispettivo del Nucleo Tutela Lavoro dei Carabinieri, nel settembre 2023, ha scoperchiato un sistema di sfruttamento radicato in una catena di bazar palermitani gestita da sei cittadini cinesi. Secondo la Procura, gli indagati avrebbero trasformato trenta dipendenti – in prevalenza italiani e in larga parte assunti in nero – in manodopera sottopagata, costringendoli a turni di dodici o tredici ore consecutive, sette giorni su sette, per pochi euro l’ora, negando riposi e ferie, in locali privi di adeguate condizioni di sicurezza e sorvegliati da telecamere piazzate alle casse e nei retrobottega. Una routine che qualcuno definirebbe propria delle fabbriche-lager dell’Estremo Oriente, trasportata nel cuore del capoluogo siciliano e resa possibile dallo stato di bisogno di lavoratori disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di non perdere il posto.
La complessità del dossier, coordinato dalla Procura europea e da quella palermitana, ha cristallizzato un impianto accusatorio che ipotizza l’associazione a delinquere di stampo transnazionale dedita al “lavaggio” dell’Iva, al riciclaggio e al reimpiego dei proventi illeciti, aggravata dal metodo mafioso. In parallelo, il Giudice per le indagini preliminari di Milano ha firmato un’ordinanza che vieta per un anno agli stessi sei soggetti di esercitare attività d’impresa o ricoprire cariche direttive in società con sede in Italia. Le contestazioni spaziano dalla mancata contrattualizzazione all’omesso versamento contributivo e all’inosservanza delle norme antinfortunistiche, per un importo sanzionatorio che sfiora i duecentomila euro.
Gli ispettori del lavoro, supportati dai militari dell’Arma, hanno documentato ambienti angusti e privi di uscite di sicurezza, scaffalature inadeguatamente ancorate, estintori scaduti, carichi sospesi sulle teste dei commessi, impianti elettrici improvvisati e persino alloggi di fortuna ricavati nei magazzini, dove alcuni dipendenti avrebbero trascorso la notte per risparmiarsi il tragitto casa-lavoro. A rafforzare il quadro probatorio intervengono diverse testimonianze concordi e i filmati prelevati dalle stesse telecamere di sorveglianza, giudicati dagli investigatori eloquenti quanto alle condizioni di fatica e controllo psicologico imposte al personale.
In attesa del processo e nel pieno rispetto della presunzione d’innocenza, la vicenda assegna alla città di Palermo l’ennesimo caso di caporalato urbano, dimostrando che lo sfruttamento non attecchisce soltanto nelle campagne ma trova terreno fertile anche fra le serrande colorate dei discount multietnici che punteggiano i quartieri popolari. Resta da vedere se le misure interdittive basteranno a interrompere la catena di abusi o se, come temono i sindacati, l’azienda tornerà a riaprire i battenti sotto altre insegne, replicando un modello di business fondato su salari da fame e minacce velate di licenziamento.



