C’è un momento preciso in cui le narrazioni tossiche smettono di funzionare. Quel momento è arrivato ieri sera a Budapest, quando il quasi ottanta per cento degli ungheresi è uscito di casa, ha fatto la fila ai seggi e ha demolito con un voto pacifico e devastante sedici anni di regime illiberale. Péter Magyar e il suo partito Tisza non hanno semplicemente vinto: hanno conquistato una maggioranza dei due terzi che consente di riscrivere la Costituzione, spazzando via Viktor Orbán con una forza che nessun sondaggio aveva previsto fino in fondo.
Lo dico senza mezzi termini: questa non è una sconfitta qualsiasi. Questa è la prima, vera, grande sconfitta del sovranismo autocratico dal 2016 a oggi. Qualcuno obietterà: e Biden? La vittoria di Biden nel 2020 fu una parentesi, una pausa caffè prima che la macchina trumpiana ripartisse con più rabbia e più dollari. Un intervallo che ha generato l’illusione del ritorno alla normalità, per poi consegnarci un secondo mandato Trump ancora più distruttivo del primo.
No, Budapest è un’altra cosa. Budapest è un popolo intero che si alza in piedi e dice basta, con un’affluenza che ha superato persino quella delle prime elezioni libere dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1990. Non è un incidente di percorso: è un terremoto.
E sapete cosa ha ucciso davvero il mostro? La fame. Non le inchieste giornalistiche, non gli appelli degli intellettuali, non i moniti di Bruxelles. La fame, quella vera, quella che arriva quando il conto della spesa raddoppia, quando l’affitto divora lo stipendio, quando guardi i tuoi figli e ti chiedi come arrivare a fine mese. Perché vedete, gli algoritmi dei social network sono bestie potentissime: ti convincono che il nemico è il migrante sul barcone, che i vaccini ti uccidono, che le scie chimiche avvelenano l’aria e che l’Europa è il carceriere della tua sovranità. Funzionano meravigliosamente quando hai la pancia piena. Ma quando la pancia è vuota, quando la recessione bussa alla porta con le sue nocche d’acciaio, il cervello umano compie un miracolo antico: ricomincia a ragionare. E ragionando, distingue il falco dalla colomba.
I falchi hanno nomi e cognomi. Si chiamano Putin e Trump, e le guerre che hanno scatenato — quelle vere in Ucraina e Medio Oriente e quella commerciali contro il resto del pianeta — non avevano altro scopo che indebolire l’Unione Europea, spezzarne l’unità, renderla irrilevante. L’effetto è stato esattamente l’opposto. L’Europa si è scoperta vulnerabile e proprio in quella vulnerabilità ha trovato la ragione per resistere. Gli ungheresi lo hanno capito prima degli altri, forse perché hanno pagato il prezzo più alto: sedici anni di un uomo che ha trasformato il loro Paese nella clava di Mosca piantata nel cuore dell’Unione, usata sistematicamente per bloccare ogni decisione comune, ogni slancio di solidarietà, ogni passo verso l’integrazione.
E adesso? Adesso i vassalli europei del sovranismo — da Salvini a Meloni, da Bardella ad Abascal — si ritrovano con una carta in meno nel mazzo. Non possono più raccontarci la favoletta che i nostri problemi nascono a Bruxelles, che la colpa è degli immigrati, che i vaccini ci hanno avvelenato. La colpa della peggiore recessione degli ultimi cinquant’anni ha responsabilità precise, e quelle responsabilità portano le impronte digitali delle destre sovraniste, delle loro guerre volute e mai finite, delle loro politiche economiche da predatori. L’Occidente è letteralmente impoverito dai suoi presunti salvatori.
La notte di Budapest ci consegna però anche una responsabilità enorme. Perché estirpare il cancro non basta se non si curano le metastasi. Per gli Stati membri dell’Unione Europea inizia adesso la vera sfida: costruire finalmente quell’Europa unita politicamente che resta il grande incompiuto del nostro continente. Completare il sogno di Altiero Spinelli, quello che quel genio visionario scrisse su fogli di fortuna nell’isola di Ventotene ottant’anni fa: un’unione federale capace di proteggere militarmente, energeticamente, economicamente e socialmente quattrocentocinquanta milioni di cittadini.
Un ombrello unico sotto il quale nessun Trump e nessun Putin possa più farci bagnare. E in questa architettura ci sarà spazio, ne sono certo, anche per il ritorno di quella Gran Bretagna che la Brexit ha illuso di poter navigare da sola in un oceano di squali.
C’è un dettaglio che mi ha colpito più di ogni risultato elettorale. Magyar ha vinto soprattutto tra i giovani e nelle città. Quegli stessi giovani che dovevano essere le vittime perfette degli algoritmi, i burattini docili della propaganda social, gli zombie dell’informazione manipolata. E invece no. I ragazzi di Budapest oggi, come gli italiani al referendum hanno sviluppato gli anticorpi prima dei loro genitori. Hanno guardato in faccia la macchina della disinformazione e le hanno detto: a noi non ci freghi, sei roba da Boomers.
Bentornata Ungheria. Bentornata in Europa. Adesso liberiamo l’intero continente.



