Ancora una volta, le sbarre di uno zoo diventano teatro di una triste vicenda che vede come unica vittima la dignità animale. Accade all’Hangzhou Safari Park, nella provincia cinese dello Zhejiang, dove quello che i media generalisti hanno frettolosamente etichettato come “l’attacco di una belva impazzita” si rivela, a uno sguardo più attento ed empatico, il disperato tentativo di un essere vivente di rispondere ai propri istinti primari negati.
Sabato scorso, durante uno di quegli spettacoli anacronistici che costringono magnifici esemplari di fauna selvatica a comportarsi come giullari per il divertimento umano, un orso nero asiatico si è ribellato al copione. La scintilla non è stata la ferocia, ma la fame. L’animale, evidentemente stressato e condizionato dalla privazione alimentare che spesso viene utilizzata come leva nell’addestramento coercitivo, ha sentito l’odore di mele e carote trasportate dal suo addestratore. Non ha attaccato per uccidere, ha cercato disperatamente di sfamarsi, travolgendo l’uomo che deteneva quelle risorse.
Le immagini che circolano in rete sono un pugno nello stomaco per chiunque ami gli animali. Non mostrano solo l’incidente, ma la reazione scomposta e violenta del personale della struttura. Per “domare” l’orso, gli operatori non hanno esitato a colpirlo ripetutamente con oggetti di fortuna, tra cui sedie e bastoni di bambù, in una scena di caos che ha coinvolto persino un pappagallo, un altro innocente spettatore di questa follia umana. L’animale, confuso e spaventato, ha tentato invano di difendersi prima di essere trascinato via, lontano dagli occhi del pubblico pagante.
La direzione dello zoo ha tentato di minimizzare l’accaduto con dichiarazioni che lasciano sgomenti, parlando di una “riappacificazione” tra orso e addestratore, umanizzando in modo grottesco una relazione basata sul dominio e sulla sottomissione. La realtà è che non può esserci pace dove c’è sfruttamento. Sospendere lo spettacolo e promettere “monitoraggi psicologici” all’animale suona come una beffa tardiva: il benessere psicologico di un orso è incompatibile con la vita in cattività finalizzata all’esibizione circense.
Questo episodio si aggiunge alla lunga lista di tragedie annunciate, come quella avvenuta a Shanghai nel 2020, che dimostrano l’insostenibilità di un modello di intrattenimento basato sulla reclusione. Finché continueremo a considerare gli animali come oggetti di scena e non come esseri senzienti, la loro legittima ribellione sarà sempre narrata come un pericolo, invece che come una disperata richiesta di libertà.



