Nel cuore della modernità, là dove lo Stato si proclama alfiere della transizione digitale e della lotta al contante, affiora un paradosso che sfiora il grottesco. È accaduto nel 2025, in Sicilia, ma avrebbe potuto verificarsi ovunque lungo lo Stivale: all’Ospedale “Maggiore” di Modica, chi ha provato a pagare una prestazione sanitaria tramite Bancomat si è visto addebitare un surplus di 1,50 euro. Una commissione extra, un balzello sul gesto quotidiano che lo Stato stesso ha contribuito a trasformare in prassi virtuosa. Una tassa occulta, che sancisce l’ipocrisia di un sistema che predica innovazione ma impone costi a chi ne segue i precetti.
Non è un episodio marginale. È il sintomo di un’incoerenza sistemica, di una schizofrenia burocratica che trasforma il cittadino in ostaggio di politiche contraddittorie. Da un lato, campagne istituzionali, bonus, agevolazioni, moral suasion e persino sospetti etici rivolti a chi ancora si ostina a usare il contante, come se pagare in banconote fosse di per sé un indizio di evasione. Dall’altro, lo Stato e i suoi terminali amministrativi – Comuni, Regioni, ASL – che applicano tariffe penalizzanti su chi osa uniformarsi ai nuovi dogmi della digitalizzazione.
Nel caso specifico, la struttura sanitaria modicana ha introdotto il sovrapprezzo in modo apparentemente legittimo: «Il POS costa, la banca lo pretende, quindi la commissione la paga l’utente». Ma non è questa la logica perversa che si voleva estirpare proprio attraverso l’espansione della moneta elettronica? Non è proprio per evitare che il costo del contante – in termini di sicurezza, tracciabilità, logistica – gravasse sulla collettività che si è scelta la strada digitale? E allora perché, quando il cittadino si adegua, si ritrova a essere economicamente punito?
È una domanda scomoda, che costringe a guardare dentro l’apparato statale non come a un’entità coesa, razionale e coerente, ma come a una giungla di pratiche disallineate, dove ogni nodo della rete agisce secondo logiche difensive, di corto respiro, incapaci di comprendere la visione sistemica. Ogni sportello pubblico che scarica sulle spalle dell’utente i costi di un POS, ogni amministrazione che demanda al cittadino l’onere di una digitalizzazione parziale, non fa che indebolire la fiducia in quel “patto fiscale” che dovrebbe essere il fondamento stesso della modernità democratica.
Il paradosso di Modica è ancora più inquietante se osservato alla luce del contesto attuale. In un Paese dove i pagamenti digitali sono ormai parte integrante della vita quotidiana, dove la fatturazione elettronica è obbligatoria, dove persino gli ambulanti sono costretti a dotarsi di POS, è inconcepibile che un ospedale – presidio pubblico per eccellenza – si comporti come un esercente in guerra con le commissioni bancarie. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un cortocircuito culturale: è lo Stato che si fa bottega, che tratta il cittadino non come utente di un servizio pubblico, ma come cliente da spremere, magari con una commissione da 1,50 euro alla volta.
E questa è la cifra simbolica più beffarda: uno e cinquanta. Una somma minima, quasi irrilevante sul piano individuale, ma devastante sul piano simbolico. È la monetizzazione dell’incoerenza, la piccola tassa sull’obbedienza civica, il prezzo dell’adeguamento. È come se si dicesse al cittadino: «Fai quello che ti chiediamo, ma pagherai comunque un pegno per averlo fatto». È l’antitesi stessa del principio liberale su cui dovrebbe fondarsi ogni modernizzazione amministrativa: quello per cui la legge non solo va rispettata, ma rende più semplice, più equa, più efficiente la vita del consociato.
Ma allora che senso ha continuare a sventolare la bandiera della digitalizzazione? A cosa servono le campagne contro il contante, se poi lo Stato stesso è il primo a rimpiangerlo, almeno quando si tratta di incassare il dovuto senza doversi sobbarcare il peso delle commissioni? Non sarebbe più onesto lasciare al cittadino la libertà di scegliere, senza ricatti economici mascherati da oneri tecnici? Oppure – meglio ancora – non dovrebbe lo Stato farsi carico di quei costi, nell’ottica di una razionalizzazione complessiva del sistema e di un beneficio collettivo che superi la logica del tornaconto immediato?
Perché è evidente che, nel medio-lungo periodo, il passaggio integrale alla moneta elettronica conviene. Conviene allo Stato, in termini di trasparenza e contrasto all’evasione. Conviene ai cittadini, in termini di sicurezza e praticità. Conviene al sistema nel suo complesso, per la semplificazione amministrativa che comporta. Ma ogni singola distorsione come quella di Modica è un freno, una zavorra, un segnale confuso che mina l’efficacia della trasformazione in atto. E, peggio ancora, mina la credibilità di chi quella trasformazione dovrebbe guidarla.
Il caso del laboratorio analisi di Modica, dunque, è solo la punta di un iceberg. Dietro c’è una galassia di prassi incoerenti, di tariffe surrettizie, di politiche pubbliche che parlano con voce doppia. Ci sono uffici comunali che rifiutano i pagamenti elettronici, sportelli della PA che accettano solo bonifici, agenzie locali che demandano al cittadino il compito di interpretare un mosaico normativo confuso. È il segno di una digitalizzazione a metà, zoppa, incompiuta. E nulla è più pericoloso di una modernità incompleta: promette il futuro ma si ancora ai vizi del passato.
A pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i cittadini più fragili. L’anziano che si affida al Bancomat perché ha imparato solo ora a usarlo. Il lavoratore che si assenta dall’ufficio per una visita medica e scopre che dovrà sborsare di più per aver scelto la via più rapida. Le famiglie che devono tenere sotto controllo le spese e vedono moltiplicarsi le micro-voci senza spiegazioni convincenti. È in queste pieghe che si consuma la crisi del rapporto tra cittadino e Stato, tra fiducia e macchina pubblica.
Forse il punto non è neppure economico, ma etico. Chiedere di pagare un sovrapprezzo per fare ciò che lo Stato stesso indica come giusto e moderno è un tradimento sottile, ma profondo. È una frattura nella pedagogia istituzionale. È come se la scuola, dopo aver insegnato l’importanza del rispetto delle regole, punisse chi le segue con un’insufficienza a sorpresa. Un gesto piccolo, certo, ma sufficiente a instillare il sospetto che le regole valgano solo per alcuni, e che l’onestà non sia sempre premiata.
L’Italia del 2025 non può più permettersi questa ambiguità. Se la transizione digitale è una scelta strategica, allora va sostenuta fino in fondo, anche economicamente. Se il POS è il futuro, non può essere il cittadino a pagarne il prezzo. E se lo Stato pretende coerenza dal cittadino, ha il dovere di offrirne altrettanta. Non c’è nulla di moderno in un euro e cinquanta imposto a chi ha solo cercato di fare la cosa giusta. C’è, semmai, tutta la stanchezza di un Paese che vuole essere nuovo, ma continua a comportarsi come il vecchio.



